
Vino cotto a Venarotta: l'autunno che ribolle nelle cantine
A Venarotta il mosto diventa vino cotto sotto gli occhi di tutti. Un gesto antico, tramandato più con l'esempio che con le ricette scritte.
Il profumo arriva prima di tutto il resto. Uva spremuta, dolce e un po' aspra insieme, che si mescola al fumo di legna appena acceso. A Venarotta, piccolo paese dell'entroterra ascolano, è così che comincia l'autunno: non con le foglie che cadono, ma con un paiolo che borbotta lento sotto un fuoco ostinato. Dentro, il mosto si trasforma in vino cotto, una delle tradizioni enologiche più radicate e meno conosciute delle Marche, quella che domenica 11 ottobre 2026 torna protagonista con la ventitreesima edizione di Vino in Vena, la Festa del Vino Cotto.
Non è un evento nato per stupire i turisti. È una giornata che il paese si prende per sé, e che poi condivide con chi arriva da fuori con la stessa naturalezza con cui si apre la porta di una cantina di famiglia. Si cammina tra bancarelle di artigianato, si ascolta musica popolare che non ha bisogno di amplificatori troppo potenti, si assaggiano prodotti tipici che qui non sono un'attrazione ma il pranzo della domenica. Ci sono le Vespe d'epoca parcheggiate in fila, c'è il tiro con l'arco per chi vuole provare qualcosa di diverso, c'è un laboratorio per bambini chiamato La Cantina Segreta, che suona già come l'inizio di una storia raccontata a voce bassa.
La tradizione del vino cotto nelle cantine di Venarotta
Il vino cotto non è vino novello, non è mosto, non è nemmeno un distillato. È una categoria a sé, nata da un'esigenza molto concreta: far durare il raccolto oltre la stagione, in un tempo in cui niente si poteva sprecare. Il mosto viene cotto lentamente, ridotto, concentrato, fino a diventare qualcosa di denso e scuro che poi riposa, spesso per anni, prima di arrivare al bicchiere. È un prodotto che richiede pazienza più che tecnica, osservazione più che precisione da laboratorio. Nelle case contadine dell'entroterra ascolano si tramandava così, guardando la nonna o lo zio controllare il fuoco e decidere a naso quando il mosto era pronto per fermarsi. Nessuna ricetta scritta, solo gesti ripetuti e corretti negli anni.
Oggi quella pratica domestica a Venarotta diventa racconto pubblico. La festa non si limita a far degustare il prodotto finito, ma mette in scena il momento in cui nasce, restituendogli il tempo e la fatica che normalmente restano nascosti dietro l'etichetta di una bottiglia.
La cottura del mosto, il momento che racconta tutto
Chi arriva a Venarotta pensando che il punto più alto della giornata sia la degustazione finale si sbaglia. Il cuore della festa è altrove, ed è anche la parte che quasi nessuno si aspetta: la rievocazione della cottura del mosto. Il paiolo viene acceso davanti a tutti, il fuoco viene alimentato con pazienza, e il vino cotto prende forma non come prodotto già pronto da stappare, ma come processo in corso, visibile, quasi teatrale nella sua lentezza. Si sta lì a guardare il mosto che si addensa, si sente il calore del fuoco anche da qualche metro di distanza, si percepisce l'attesa di chi sa che ci vorrà tempo e non ha fretta di arrivare al risultato.
È in questo gesto, più che nel sapore stesso, che si capisce perché il vino cotto non sia un semplice vino dolce da fine pasto. È la memoria di un'economia contadina in cui ogni vendemmia doveva bastare, e in cui la cantina era il luogo dove si conservava non solo il vino, ma anche il sapere per farlo durare.
Un paese che si raccoglie attorno al mosto
Quello che resta, alla fine della giornata, non è solo il sapore denso e scuro del vino cotto in bocca. È l'immagine del paese che si stringe intorno a una pratica che potrebbe benissimo essere scomparsa, come è successo altrove, e che invece qui continua a esistere perché qualcuno ha deciso di mostrarla invece di lasciarla chiusa nelle cantine private. Venarotta non vende un prodotto tipico confezionato per i visitatori. Mostra un gesto, lo spiega con il fuoco acceso e il tempo che passa, e lascia che sia chi guarda a capire il resto. Vale la pena esserci, non per portarsi via una bottiglia, ma per guardare come nasce quello che c'è dentro.
Scritto Da
Redazione Expría
Alla ricerca delle storie più affascinanti e dei volti autentici che custodiscono i segreti delle tradizioni marchigiane.


