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Cupramontana, l'89ª Sagra dell'Uva che non si è mai fermata
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Cupramontana, l'89ª Sagra dell'Uva che non si è mai fermata

Redazione Expría5 MIN READ5 ottobre 2026

Dal 1928 Cupramontana festeggia la vendemmia con una sagra che ha attraversato quasi un secolo senza perdere il filo con la campagna.

Le colline intorno a Cupramontana, nel cuore dell'entroterra jesino, a fine settembre si svuotano piano. I filari restano spogli, le cassette impilate una sull'altra nei cortili, e sulle mani di chi ha vendemmiato resta per giorni un odore dolciastro, appiccicoso, che è quello del mosto appena pigiato. È in questo momento sospeso tra campagna e paese che prende forma la Sagra dell'Uva di Cupramontana, giunta nel 2026 alla sua 89ª edizione, dal 1° al 4 ottobre.

A Cupramontana l'autunno non arriva quando lo dice il calendario: arriva quando l'uva lascia i filari e il paese comincia a festeggiare.

Per quattro giorni il centro storico si riempie di cortei, degustazioni, musica, bancarelle, incontri improvvisati davanti a un bicchiere. Non è una scenografia costruita per l'occasione: è un rito che il paese ripete da così tanto tempo da averlo reso parte del proprio calendario, tanto quanto la raccolta che lo precede.

Una sagra dell'uva nata nel 1928, prima ancora del turismo enogastronomico

Le origini risalgono al 1928, quando Cupramontana decise di dare una forma pubblica e condivisa alla propria identità contadina e vitivinicola. Non esisteva ancora l'idea di evento enogastronomico così come la intendiamo oggi, non c'erano calendari turistici da riempire né format da replicare di anno in anno. C'era, più semplicemente, il bisogno di fermarsi dopo mesi di lavoro nei campi e riconoscere pubblicamente il valore di un raccolto da cui dipendeva buona parte della vita del paese.

Oggi la Sagra dell'Uva di Cupramontana è considerata la più antica sagra dell'uva delle Marche, una delle prime feste italiane dedicate interamente alla vendemmia. Arrivare alla 89ª edizione significa aver attraversato quasi un secolo di trasformazioni, due guerre, cambi generazionali, l'arrivo delle macchine nei filari dove prima c'erano solo braccia, senza mai spezzare il legame con il calendario agricolo e con il paesaggio vitato che abbraccia il paese dall'alto delle sue colline.

Il dettaglio che racconta davvero Cupramontana

Quello che colpisce, a guardarla con un minimo di attenzione, non è la festa in sé ma la sua cronologia. Mentre in gran parte d'Italia le sagre dedicate al vino e alla vendemmia nascono negli ultimi decenni come strumenti di promozione turistica, qui l'ordine è rovesciato: prima è venuta la necessità di festeggiare un lavoro concreto, poi, molto più tardi, l'interesse di chi arriva da fuori per guardarla da vicino. È un dettaglio che pochi conoscono e che cambia la prospettiva con cui si attraversa il paese durante quei quattro giorni: non si sta assistendo a uno spettacolo pensato per i visitatori, si sta entrando dentro un'abitudine che il paese ha conservato per sé, prima ancora che per chiunque altro.

Dalla vendemmia alla piazza, senza perdere il filo

Nelle Marche il vino resta ancora oggi intrecciato alla vita dei paesi in un modo che altrove si è perso. A Cupramontana questo si vede proprio nella continuità della sagra: la vendemmia non è raccontata come una fase agricola a sé stante, ma come l'inizio di un passaggio che porta dritto nelle strade, tra chi vende, chi versa, chi racconta a un tavolo come andava la raccolta quest'anno rispetto a dieci anni fa. Il raccolto diventa vino, il vino diventa memoria condivisa, e la memoria, edizione dopo edizione, continua a convocare l'intero paese nello stesso centro storico, nello stesso periodo dell'anno, con gli stessi gesti di sempre.

Perché vale la pena andarci di persona

Chi arriva a Cupramontana durante questi giorni di inizio ottobre non trova un evento confezionato per i turisti, ma un paese che per quattro giorni torna a mostrarsi come forse è sempre stato: legato alle sue colline, al tempo della vendemmia, a un modo di festeggiare che non ha bisogno di spiegazioni. Vale la pena arrivarci senza un programma troppo rigido, lasciando che siano le strade, i profumi e le conversazioni al banco a guidare la giornata. È lì, più che in qualsiasi scheda informativa, che si capisce cosa significhi per un paese marchigiano avere quasi cento anni di vendemmie alle spalle.

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