Expría
v1.0.0© Ad Maiora
Expría
Cerreto d'Esi, la Festa dell'Uva e la corsa delle botti
Eventi

Cerreto d'Esi, la Festa dell'Uva e la corsa delle botti

Redazione Expría5 MIN READ8 settembre 2026

A metà settembre Cerreto d'Esi diventa un teatro di legno e Verdicchio: botti che rotolano tra le case, cantine aperte, un paese che festeggia se stesso.

La prima cosa che senti a Cerreto d'Esi, nei giorni della Festa dell'Uva, non è il profumo del Verdicchio. È un tonfo sordo, ritmato, che rimbalza tra le case di pietra. Una botte, due, tre: legno contro selciato, un rotolare deciso lungo il corso principale, mentre il paese si raduna ai bordi della strada come per un passaggio inaspettato.

Non è una processione, non è una gara di biciclette. È il vino, o meglio la sua memoria, che attraversa il centro storico spinto da mani giovani e mani antiche. Cerreto d'Esi sta all'ombra dell'Appennino, dove le colline del Verdicchio di Matelica cominciano a farsi ripide, e a metà settembre, ogni anno, si trasforma per quattro giorni in un piccolo teatro enogastronomico. Cantine aperte, degustazioni, piatti che sanno di casa, musica che entra ed esce dai vicoli.

La storia della Festa dell'Uva di Cerreto d'Esi tra vendemmia e comunità

La festa nasce dalla cultura contadina di questo lembo di entroterra anconetano, quando la vendemmia segnava il passaggio rituale dall'estate all'autunno. Era un tempo di fatica vera, braccia e schiene piegate tra i filari, ma anche di abbondanza e di condivisione, l'unico momento dell'anno in cui il lavoro diventava quasi automaticamente festa collettiva. Con il tempo quella ritualità contadina si è fatta appuntamento organizzato, e oggi la Festa dell'Uva tiene insieme tre anime che raramente convivono così bene in una sagra di paese: la dimensione popolare, l'eccellenza enogastronomica, la voglia pura di gioco e spettacolo.

Il protagonista silenzioso di tutto questo è il Verdicchio di Matelica, meno raccontato del suo parente più famoso dei Castelli di Jesi, e forse proprio per questo più legato alla sua terra, meno addomesticato per il turismo di massa. Durante la festa il vino non fa da contorno: le cantine aprono le porte, i produttori versano e raccontano, i bicchieri si riempiono mentre qualcuno spiega perché quel bianco ha quel colore, quella spina acida, quel finale di mandorla. Non è una degustazione da manuale, è una conversazione che parte dal bicchiere e finisce a parlare di terra, di annate, di famiglie.

La corsa delle botti, quando la fatica del vino diventa spettacolo pubblico

Il momento che tiene tutti fermi ai bordi della strada è la corsa delle botti, spinte a forza di braccia da squadre che rappresentano rioni e gruppi del paese. È uno spettacolo che a un visitatore occasionale può sembrare solo curioso, quasi giocoso, una gara folcloristica come tante. Ma dietro quel rotolare di legno c'è una memoria molto concreta: prima che esistessero mezzi meccanici, le botti si spostavano così, dalle campagne alle cantine, rotolate a mano lungo le strade sterrate. Ogni spostamento era fatica pura, coordinazione tra corpi, un lavoro che oggi è sparito dalla vita quotidiana e che la festa ha scelto di ritualizzare invece di dimenticare.

Ogni squadra porta la propria botte come fosse una bandiera, un totem che misura forza e appartenenza più che velocità. Chi guarda da fuori vede un gioco. Chi spinge, o chi ha nonni che spingevano, sa che quel legno che rotola sul selciato è la storia di un territorio che il vino se l'è sempre guadagnato con le mani, prima ancora che con le macchine.

Cerreto d'Esi fuori dai percorsi noti delle Marche

Cerreto d'Esi non è tra i nomi che circolano nelle guide sulle Marche, non è una tappa segnata nei percorsi più battuti. Ci si arriva quasi sempre per caso, o perché qualcuno che vive la regione da dentro l'ha suggerito. Ed è proprio questo il motivo per cui vale la pena andarci proprio in quei giorni di settembre: non per una festa costruita per i visitatori, ma per una comunità che festeggia se stessa, senza bisogno di spiegarsi troppo. Basta arrivare, sedersi vicino a una cantina aperta, aspettare il primo tonfo di legno sulla pietra, e lasciare che il paese faccia il resto.

R

Scritto Da

Redazione Expría

Alla ricerca delle storie più affascinanti e dei volti autentici che custodiscono i segreti delle tradizioni marchigiane.