
Mondavio, la notte in cui la rocca torna a essere caccia
Quattro sere d'agosto a Mondavio, tra armigeri, tamburi e cinghiale alla brace: quando la rocca smette di essere museo.
La prima cosa che senti, entrando a Mondavio nelle sere di Ferragosto, non è il rumore delle armature. È il profumo della brace. La rievocazione storica della Caccia al cinghiale anima il borgo del Montefeltro marchigiano per quattro sere, dal 12 al 15 agosto 2026, e lo fa senza bisogno di alzare la voce: basta il fumo che sale dalle cucine allestite fuori le mura, mescolato al passo cadenzato dei tamburini che scendono verso la piazza.
La rocca sta lì, immobile, come è sempre stata da secoli. Ma il paese attorno cambia ritmo. Dai vicoli arrivano ordini secchi di capitani in costume, risate di gruppi che si spostano da un angolo all'altro cercando il punto migliore per vedere la scena, il colpo dei tamburi che scandisce la marcia dei figuranti in abiti rinascimentali. Sopra le mura, l'eco di una caccia che non uccide più nulla, se non il confine tra passato e presente.
La storia di una sagra che a Mondavio è diventata identità
Mondavio non ha inventato questa festa dal nulla. La rievocazione affonda le radici nella tradizione delle cacce di corte legate alla storia roveresca, quella stessa storia che ha lasciato in eredità la Rocca Roveresca, uno dei monumenti meglio conservati del Pesarese. Negli anni la manifestazione è diventata uno degli appuntamenti che definiscono il paese, al punto da essere entrata stabilmente nel calendario delle sagre estive marchigiane. Non è un corteo in costume fine a se stesso: è una caccia messa in scena, con il suo inseguimento, la sua strategia, il suo ritmo che detta il movimento di chi guarda. Il visitatore non resta seduto: si sposta, cerca angolazioni, si fa spazio tra figuranti e profumi di carne.
Sotto, tra i tavoli di legno della sagra, un piatto di cinghiale fumante racconta la stessa storia con un lessico diverso, quello della cucina contadina, delle notti passate a girare la carne sul fuoco, delle ricette che si tramandano a voce più che sulla carta. L'ingresso alla manifestazione è generalmente libero, le consumazioni si pagano a parte, e nei punti di somministrazione sparsi nel centro si respira l'organizzazione paziente di una comunità di volontari più che quella di un evento calato dall'alto.
Il dettaglio che pochi notano: la doppia vita della rocca
C'è un aspetto della rievocazione storica di Mondavio che raramente viene raccontato, ed è quello che vale la pena cercare con attenzione. Di giorno la Rocca Roveresca è quello che ci si aspetta da un monumento: visite guidate, panorama sulla vallata, targhe che ricordano le casate nobiliari. Ma nelle sere della Caccia al cinghiale la rocca smette di essere museo. I camminamenti diventano passaggi nascosti per figuranti e tamburini, i cortili interni si trasformano in luoghi d'attesa per i cacciatori in costume, e alcune aree normalmente silenziose si riempiono degli odori di brace che arrivano dalle cucine della sagra poco fuori le mura.
È quella sovrapposizione tra uso museale e uso teatrale a rendere l'esperienza diversa da tante altre rievocazioni marchigiane: per quattro sere la rocca prova a ricordare cosa significava essere il centro nevralgico della vita di un paese, non solo un oggetto da fotografare. E c'è un altro rovesciamento di sguardo, forse ancora più sottile: chi è abituato a pensare al cinghiale come presenza scomoda nei boschi e nelle campagne circostanti, qui lo ritrova come figura narrativa, simbolo di abbondanza e di un pericolo che la comunità sceglie di mettere in scena, dominare con la storia e poi, letteralmente, con la cucina.
Vivere la sagra del cinghiale di Mondavio senza guardarla da lontano
Qui la tradizione non è un cartello turistico appeso all'ingresso del paese. È un boccone caldo mangiato al lume delle torce, mentre Mondavio recita se stessa tra le proprie mura, con i propri abitanti nei panni di cacciatori e cuochi. Chi arriva da fuori, se ha la pazienza di lasciarsi assorbire dal ritmo della festa invece di limitarsi a scattare qualche foto alla rocca illuminata, scopre che qui la storia non si studia soltanto: si annusa, si mangia, si ascolta nel rullo di un tamburo che si allontana verso i vicoli più stretti del borgo.
Scritto Da
Redazione Expría
Alla ricerca delle storie più affascinanti e dei volti autentici che custodiscono i segreti delle tradizioni marchigiane.


